La “pompa sodio potassio” di questo monologo di Piero Savastano ha attirato la mia attenzione e mi ha ispirato un flusso di pensieri serale che lo spazio dei commenti a quel post non può contenere. Quindi, caro Piero Savastano , scrivo questo articolo di getto a commento della tua “Ode al subsimbolico, al materialismo e alla pompa sodio potassio”…
Il tuo monologo mi ha fatto pensare che la tecnologia è piena di cose e trucchi ispirati dalla natura. Mi viene in mente il velcro ispirato dal fiore di bardana, l’architettura esagonale a nido d’ape per massimizzare lo spazio, tutte le struture aerodinamiche ispitrate ai volatili, il sonar dei delfini e pippistrelli.
Io sono un biologo molecolare, che pian piano è diventato un analista bioinformatico, e che oggi si occupa di dati in generale, se pur sempre prevalentemente in ambito biomedico. Quando dal machine learning siamo passati ai neural network il passaggio mi è quasi parso naturale, fisiologico, per me biologo già intellettualmente esposto alla spettacolare complessità del funzionamento del cervello con tutti quei suoi contatti, cellule e neurotrasmettitori. Citi la pompa sodio-potassio: è una cosa su cui ci sono fiumi di ricerche biochimiche, anni di lavoro di tantissime persone (mia moglie compresa, biologa cellulare che c’ha speso un bel po’ di tempo qualche anno fa), e per capire quel piccolo movimento, quel fenomeno o quel singolo passaggio di corrente, pochi ioni magari, che permettono – presi tutti assieme collettivamente – il funzionamento della macchina-cellula e in ultima analisi, la vita e – pensa un pò – il pensiero e la memoria. I ricordi sono “forma”, l’esperienza è fatta di connessioni intercellulari che si formano e danno forma al nostro essere.
E’ una visione deterministica e meccanicistica, certo, lo so, ma questo non significa meno degna. Alcuni storcono il naso ad una visione così “sterile” della vita. Ma proprio qui entra in gioco il concetto della “scala”, in almeno due dimensioni. La scala – l’hai citata Piero nel tuo monologo – fa la differenza. La prima dimensione è lo spazio, la riduzione al piccolissimo, se pur ancora da noi misurabile, permette di avere tantissime interazioni in uno spazio “utile” all’organismo, e adatto agli organismi, date le costrizioni della gravità su questo nostro pianeta. La scienza va avanti e fa progressi ed è sempre più in grado di indagare spazi piccolissimi. In biologia siamo passati da interi organismi, ai tessuti, e ora fino al dettaglio molecolare delle singole cellule. In biologia molecolare oggi – normalmente e senza tanti problemi – analizziamo i geni e le proteine delle singole cellule di un tessuto di un animale (o di una persona). Per tacer della fisica, che si spinge ben oltre…
La seconda dimensione e’ il tempo. Il tempo è ciò che ha permesso all’evoluzione di agire indisturbata, inesorabile e indifferente: una infinita serie di try-and-error, “prova-e-riprova-finchè-va-bene”, che raggiungono una funzione che in realtà non è uno scopo perchè non c’era “intenzione” ma tentativi: per avere una cosa che funziona devi prima provarne miliardi che falliscono e spariscono, spesso senza lasciare segno. Assolutamente mind blowing: pensa a quanta energia utilizzata per questa meraviglia che è la vita, roba da pazzi.
Poi se vogliamo possiamo vederci un disegno, uno scopo, qualcosa di superiore, io mi limito ad osservare il valore – grandissimo – del risultato. Che certo è una meraviglia degna di essere celebrata, rispettata e protetta.
Se nell’AI il concetto di statistical parrott pare superato (e vedo sempre più criticato) a me viene in mente il concetto di proprietà emergente, che incontrai la prima volta leggendo “Complexity” di Waldrop, erano gli anni 90, un libro che trattava di economia, sociologia e anche se solo tangenzialmente di biologia, e credo che oggi l’intelligenza, o semplicemente quello a cui ci riferiamo con questo termine, molto abbia a che fare con le proprietà emergenti. Una persona per me importante un giorno mi disse di ascoltare e fare attenzione alle mie “intuizioni”, anche se irrazionali al momento. Le intuizioni sono proprietà emergenti che si formano ed emergono attraverso la complessità delle nostre strutture cerebrali, forgiate dall’esperienza vissuta, capaci di riconoscere patterns e di disegnarne di nuovi e non esistenti.
Tutto ciò è affascinante e quando dici che sei contento “di aver capito” come funziona la mente, credo di intuire la tua fascinazione. Non vorrei deluderti dicendoti che secondo me abbiamo ancora tanto da capire ancora e credo che l’intelligenza artificiale – la macchina che abbiamo costruito – può essere uno strumento utile se utilizzata ancorata all’interno del buon vecchio metodo scientifico di dubbio, ipotesi, prova/confutazione, ulteriore ipotesi. Bit by bit. Uno strumento insomma. Il fatto che questo strumento sia disegnato sulle reti di neuroni altro non e’ che yet another example of biomimicry, proprio come il velcro.
Buona serata!
